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venerdì 3 ottobre 2008

Comunica(stra)zione

Esiste una categoria di persone il cui mestiere consiste, virgola più, virgola meno, nel mantenere contatti. Se un tempo era la pubblicità l'anima del commercio, ora, ancor prima degli strumenti più classici di adv, c'è il rapporto vivo e diretto con la possibile utenza, o con quelli che il marketing definisce "alleati". Non solo persone giuridiche, ma individui veri e propri: amici, amici degli amici, websurfer, blogger, frequentatori di forum e giornalisti. Se il destino ci ha introdotti nelle stanze scintillanti e vomitevoli della comunicazione, è ben difficile venirne fuori, anche quando si sono recisi tutti i legami con le figurine circensi che lo animavano.
Poi qualcuno torna a farsi vivo. Una galleria d'arte da promuovere. Una sagra della cozza pelosa da lanciare. Il festivalino da strapazzo da vendere come uno degli eventi socio-cultural-mediatici più sfavillanti del momento. Non ho un Facebook per farmi rintracciare. Non ho un Myspace. Non aderisco ad alcun tipo di comunità virtuale cerca-persone. Questa è la mia sola, unica forma di autocelebrazione, costruita in maniera tale da impedire a molti miei conoscenti di risalire a me (per quanto uno bravo, ma forse neanche tanto, non impiegherebbe più di due minuti per scovare la mia vera identità). Poco male. Certo è che, pur volendo sfuggire alla propaganda individuale di ciascuno, i miei numeri di telefono restano sempre gli stessi. La mail anche.
Nun ne vojo sapè.
Riepilogo i miei indumenti sembra-nuovo-no-è-lavato-con-Perdiana per vernissage, premiere, bruch&lunch... e perchè no, pure gala:
- abitino nero Oviesse, non lo dico in giro ma mi vanto tra amiche perchè un minimo di figura la fa, visto il prezzo (macchiato una volta con birra e un'altra con ogni sorta di bevanda alcolica, causa sostituzione barman festa di laurea mio ex coinquilino);
- abitino nero tipo sottoveste & tipo raso poco formante lunghezza problematica brutto effetto polpacci;
- tailleur nero giacca anonima pantalone gamba larga usato a sbuffo per innumerevoli colloqui e incalcolabili giornate da promoter (piedi sempre gonfi);
- tailleur nero raso giacca corta pantalone lungo (variante pinocchietto) usato una volta in tv prima fila pubblico vergogna vergogna non ci volevo andare.
A conferma del tutto, se mi invitano ad un evento di gala io non so che accidenti mettermi. E mica è una scusa da donna. Ma perchè dovrei comprare una cosa che tanto non metto? Per andare dove, che tanto non ci vado? Ma se non ci vado per l'abbigliamento, col capetto in più mi deciderei? Quesiti esistenziali cui non intendo dare risposta.
Solo un ricordo, neanche tanto recente. Festa del Cinema. Prima di Scorsese. Il mio posto è migliore di quello dei Vanzina (tiè), della Gerini (tiè), ho Vespa davanti (sput!). Indosso un abito che sembra nero, ma in realtà scintilla come un albero di Natale non appena una lucina, anche piccola piccola, anche il led di un cellulare, arriva a colpirlo. Che tessuto strano ha l'abitino della coinquilina! Sa quasi... sa quasi di naftalina... no no, sa di chiuso, sa di puzzo d'armadio adibito alla coltivazione sperimentale di specie di muffe esotiche.
Preparazione tragica. Doccia e tre strati di crema idratante (agiamo dall'interno dell'abito). Quindici spruzzate di profumo sul capetto scintillante. Leggera spruzzata di profumo sulla sottoscritta, altrimenti troppo fa cafone. Vestizione. Uscita: 6 del pomeriggio, la miseria, è ancora giorno, c'è troppa luce, il capetto sembra un catarifrangente. Di che tessuto è fatto 'sto capetto? Risultato: effetto baldraccona addobbata da albero di Natale che puzza di chiuso. Gli eventi mondani non fanno al caso mio. Neanche con gli abiti prestati.

lunedì 22 settembre 2008

Quando una cretina fa marketing

Oggi mi sono imbattuta in una vecchia conoscenza: Doretta, una trovata della famiglia Windows/MSN che un anno e mezzo fa non mancò di stupirmi per l'idiozia dei suoi creatori.
Doretta (la ricercatrice quasi perfetta) è un motore di ricerca semi-umano con tanto di redazione alle spalle. La aggiungi alla lista dei contatti Messenger, la interpelli e le dici: "A Dorè, me serve l'indirizzo del porchettaro più vicino" e lei te lo trova. Stando ai vecchi commenti, il più delle volte toppa.
Doretta è sfacciatamente cretina (per quanto siano evidenti i tentativi dello staff di renderla giusto un tantino meno frivola), spudoratamente markettara (in senso pubblicitario, s'intende) e quanto mai distante dalla media delle donne comuni. Povera redattrice alle sue spalle: neanche lei è una donna nella media, ma smania per sembrarlo.
L'ultima trovata finto-simpatica è la versione napoletana di Doretta: un modo per raccogliere consensi (già scarsi). Sarà, ma le invettive dei suoi più accaniti detrattori erano molto più esilaranti. Che fine avranno fatto non lo so, ho cercato inutilmente i link dei loro blog: o la redazione li ha epurati o sono in fondo ad una lista chilometrica di commenti.
Ma qui si spara sulla Croce Rossa, perchè Doretta sarà nata stupida, magari per un errore di valutazione dei suoi ideatori, ma continua ad esserlo perchè se ne parli. Ecco, anche adesso... quanti nuovi lettori avrò donato al suo blog? Anche questo è marketing, poveri noi. Parlatene male, ma parlatene. E intanto la pubblicità si accumula tra le sue pagine: lei è fedele alla stessa macchina e compra libri (legge?!?) nella stessa catena di negozi.
Tutto è così stantio, nauseabondo e banale. Preferisco la cara vecchia pubblicità in TV, che almeno eccelle più di tanta altra fiction. La guardo come se fosse un film. Abbasso il volume, notoriamente più alto quando parte la reclame, e mi gusto l'inventiva. Almeno non ne sono troppo schiava. Merito del mio stipendio.

domenica 17 febbraio 2008

L'Italia spensierata

Ho appena terminato un libretto che mi fu regalato tempo fa, "L'Italia spensierata" di Francesco Piccolo. Un'incursione in tutto quello che viene ritenuto visibilmente popolare e quindi passibile di critiche da parte di noialtri che non guardiamo la tv, evitiamo i luoghi sovraffollati e il cinepanettone. Piccolo si è calato in mezzo al pubblico di "Domenica In", tra i villeggianti che percorrono le autostrade nelle ore di punta e mangiano il panino Fattoria in autogrill, in mezzo ai fan delle varie "Vacanze di Natale", nel calidoscopico mondo di Mirabilandia e nel marasma della notte bianca. Si è messo in discussione, insomma (non so fino a che punto, visto che l'intento era comunque quello di scrivere un libro e quindi ricavarci dei profitti). Ha provato ad assaporare quello che gli altri reputano appagante e l'ha giustificato a tratti, per poi prendere nuovamente le distanze. Ci sentiamo stupidi, a quanto pare, una volta immersi in un mondo che è di tutti ma non il nostro.
Io mi sento stupida, per esempio. Ma non so quanto questa sensazione possa essere a tutti gli effetti legittima: che si dica che questa o quella cosa non è di nostro gradimento semmai, la folla, la risata provocata grossolanamente, il protagonismo televisivo, lo spirito semplice e buontempone di chi non si chiede, non sa, non può indagare quali meccanismi ci siano dietro il popolare. Il libretto in questione se lo chiede: perchè gli autori televisivi scrivono programmi che non guarderebbero, perchè i casellanti tassano chi supera il tempo massimo di percorrenza di un tratto autostradale e non chi è al di sotto del minimo, perchè esiste un cinema che sbanca grazie a product placement beceri e sfacciati, tette, culi e facilonerie...
Ieri ero ad una cena. Mi sentivo una snob nana inappropriatamente accomodata ad un tavolo di stangone riderecce, ballerecce e canterecce. Per quanto mi riprometta di riuscire a star bene in qualsiasi contesto, in compagnia di chiunque, mi rendo conto di non essere in grado di divertirmi sempre e comunque. E allora devo mettere in atto un odioso buonismo per risparmiarmi ogni giudizio. Io. Io che volevo indagare i costumi popolari, io che dico di amare i semplici e rifuggo dagli ambienti snob e radical chic. Allora ho pensato ad un termine, ad una definizione che potesse essere di noialtri per definire loro. Felliniani.

lunedì 28 gennaio 2008

Tragicomiche rivelazioni di un lunedì qualsiasi

Il mio capo non fuma solo erba. Qualche volta crack. Fa spesso uso di coca e credo di poter riconoscere perfettamente quando è in astinenza. Ecco perchè è così magro. Ecco perchè non riesco a stargli dietro.

Il Direttore Generale non sempre risponde alle domande di chi si preoccupa per il suo stato di salute. Faccio un esempio: c'è una firma da contraffare, lui prende il documento su cui apporre l'autografo e lo tiene davanti a sè al contrario. Si sforza di controllare che i dati inseriti siano corretti e chiede: "Ma dov'è il codice fiscale?". Inutile ripetere sino alla nausea: "E' lì, non lo vedi? Ma perchè tieni il foglio al contrario?".
Non risponde. Sudori freddi. Inizia la cerimonia di ratifica con tanto di firma originale come modello. "Ma perchè firmi al contrario?".
La sudata continua. La preoccupazione cresce, mista a una voglia irrefrenabile di sghignazzare, sadica e strafottente... Il Direttore Generale ha un ictus in corso, il Direttore Generale sta svalvolando. Il silenzio urla più delle richieste di rassicurazione.
"E' scientificamente dimostrato - irrompe lui - che per contraffare una firma bisogna tenere il foglio al contrario. Così la mano è svincolata dal cervello, e la riproduzione non segue i criteri della propria calligrafia, ma la semplice meccanica copiatura di una serie di segni ritenuti incomprensibili". Ah. Il Direttore Generale non ha un ictus. Torniamo a lavorare, che è meglio.

Licenziarsi non è cosa semplice. Primo perchè se hai un contratto a progetto non ti è consentito parlare di dimissioni. Sono un privilegio da lavoratore dipendente a tempo determinato o indeterminato. Se hai un contratto a progetto puoi al massimo essere colpita da fulminante, irrevocabile rescissione anticipata. Scissa lo ero già da un po', a pensarci bene. Ripreparo la lettera.
Secondo: se lavori per un affabulatore rischi di restare affabulata. La mia medusa è calva e smilza. Riscrivo la mia letterina in tutto segreto, e con altrettanto mistero mi intrufolo in amministrazione per consegnarla. Forse è fatta. O forse no. Devo solo evitare il suo sguardo domani mattina. Attenzione alle chiacchiere e alle promesse illusorie. Attenzione ai discorsi che muovono pietà. Attenzione a qualsiasi cosa mi passi da fumare.
Se resisto all'ultimo punto è fatta.

martedì 22 gennaio 2008

Testa di mulinello

Canta Dusty Springfield:

Round / Like a circle in a spiral / Like a wheel within a wheel / Never ending or beginning / On an ever-spinning reel / Like a snowball down a mountain / Or a carnival balloon / Like a carousel that's turning / Running rings around the moon / Like a clock whose hands are sweeping / Past the minutes of its face / And the world is like an apple / Whirling silently in space / Like the circles that you find / In the windmills of your mind...

Sono una "testa di mulinello". O meglio ho la testa che mi fa mulinello. Ringrazio tutti i coraggiosi commentatori che mi hanno spronata a perseguire i miei intenti (avrei dovuto aprire un sondaggio sull'argomento, ora che ci penso).
Bene, non dico di essermi lasciata infinocchiare dal capo, ma quasi. La carta igienica è una base simpatica per i propri scritti, ma anche decisamente di merda, se mi è concesso dirlo (chiedo venia per il francesismo).
Stavo pensando al lamierino da sbalzo, quello che usavo alle medie per realizzare inguardabili bassorilievi resistenti anche alle fiamme. Domani corro in cartoleria e compro una quindicina di fogli. Chissà che non vada meglio. Temporeggio, lo so... E' per i soldi, lo so... E' per tutte le volte che ho mollato un lavoro e poi mi sono ritrovata a distribuire volantini, lavare piatti e bicchieri, vendere abbonamenti telefonici, piazzare spazi pubblicitari in programmi televisivi grezzi. E' per l'insonnia da disoccupazione.
Qui ci vuole un tempo limite. Una data, una ricorrenza, un giorno a caso che assuma improvvisamente valore. Butto giù alcune ipotesi:
- 14 febbraio: San Valentino. Mai festeggiato. L'apoteosi del diabete e del consumismo. Ma mi regalo sempre un libro in quel giorno.
- 16 febbraio: compleanno di due amiche, una di liceo e l'altra mia attuale coinquilina. Così diverse da sembrare nate una nell'anno del lupo e l'altra della pecora (ammesso che esistano).
- 22 febbraio: non ha un senso, è solo tra un mese.
- 30 febbraio: non esiste. Come a dire: rimandato a data da destinarsi.
Ovviamente potrei decidermi prima. Ovviamente. Il mulinello continua. Non commentatemi, vi prego, non in questo post. Vergüenza.

sabato 19 gennaio 2008

Note in margine di un rotolo di carta igienica

Parafrasando il titolo di un libro di David Mamet, mi capita spesso di prendere appunti sul primo pezzo di carta a portata di mano. Delle volte non ho a disposizione i tovaglioli e devo ripiegare sulla carta igienica. Quando ancora studiavo e le cose non erano al loro posto perchè così si portava, almeno due volte al mese restavamo senza tovaglioli, e sia a pranzo che a cena i rotoli di carta igienica campeggiavano sulla tovaglia, senza orrore o disappunto di alcuno. Sempre di carta si tratta, è l'uso per cui è destinata a rendercela più o meno gradevole.
Ebbene, oggi i tovaglioli sono al loro posto, nella credenza. Anche la carta igienica abbonda, appena comprata dalla mia coinquilina. Non è il primo pezzo di carta a portata di mano, volendo avrei un blocco bianco per gli appunti accanto al telefono, ma decido di alzarmi, andare in bagno e prelevare qualche strappo di carta triplo strato. Così con una bic qualsiasi, con una certa fatica vista la resistenza che la punta della penna incontrerà sulla carta, scriverò BASTA. Lunedì cambio. Lunedì smetto con questo svilimento, con questa violenza che mi snatura la mente, il corpo e ogni conoscenza accumulata con fatica negli anni. Lunedì mi licenzio.

giovedì 10 gennaio 2008

Mia madre è un fenomeno paranormale

Succede sempre nello stesso modo. Una sventura si abbatte imprevista sul mio capo e mia madre mi dice che già lo sapeva.
Varie sono le modalità attraverso le quali le mie disgrazie le si preannunciano: sogni, nervosismo, presentimenti molesti.
L'ultima sfiga è stata la clonazione del bancomat. L'ho scoperto oggi. E' andato in fumo il mio gruzzoletto per i tempi dell'azzardo (quando avrei dovuto mollare il lavoro e andare in avanscoperta alla ricerca di qualcosa capace di ridarmi di nuovo l'entusiasmo). Mi verranno restituiti, a quanto pare: merito dell'assicurazione bancaria che copre ogni correntista. Peccato che l'abbia saputo mezz'ora dopo un attacco isterico.
Ma mia madre lo sapeva. Sì, mia madre ieri ha avuto un prurito prolungato alle mani. Come si dice... o sono soldi o mazzate. Beh, io ho sempre pensato che le due opzioni si bilanciassero: una buona, l'altra cattiva, soldi che arrivano o mazzate che si prendono. Ma mia madre no. Mia madre ha interpretato il detto tutto al negativo: soldi che se ne vanno. Non importa quale sia la giusta interpretazione, quel che conta è ciò che mia madre crede, perchè puntalmente, fedelissimamente si verifica.
La storia del prurito mi è nuova: non le era mai capitato prima. Negli ultimi anni ha sempre ricevuto in sogno Padre Pio e lo zio Peppino, grazie ai quali ha conosciuto prima di me l'entità delle mie sciagure.
Il criterio interpretativo dei suoi sogni è il seguente:
Padre Pio = momento non positivo, ma superabile.
Zio Peppino = grande sventura in arrivo. INEVITABILE.
Tra l'altro neanche mi ricordo di zio Peppino. Non mi era proprio zio, ma prossimo parente, credo... no, dirimpettaio di mia nonna, per essere precisi. Mi sono sempre chiesta cosa voglia da me quest'uomo... o almeno perchè tocchi a lui l'ingrato compito di preannunciarmi la malasorte. Ma chi lo conosce 'sto zio Peppino?!?
Sarà mia madre che deve camuffare sotto mentite spoglie le sue inspiegabili sensazioni... Per qualche tempo ho creduto di aver preso il suo stesso dono e di essere diventata capace di scoprire in sogno i tradimenti del mio uomo di turno. Poi mi sono resa conto d'aver sognato almeno una volta tutti i miei uomini come dei fedifraghi, tra le braccia di una stronza procace.
Per questo non sono tipo da scenate. Mi ingelosisco in sogno e questo mi basta. Se dovessi essere sospettosa anche ad occhi aperti, mi mangerei il fegato due volte. Posso essere invidiosa del tempo non concessomi, ma non gelosa. Gelosa solo in sogno.

lunedì 31 dicembre 2007

32 dicembre

La Provincia di Napoli ha varato una campagna per scoraggiare l'uso di "botti" illegali. Lo spot, in onda in questi giorni su tutte le reti nazionali, vede un redivivo Enzo Cannavale che rievoca il personaggio di un film di De Crescenzo del 1988: "32 dicembre", appunto.
L'episodio è intitolato "I penultimi fuochi" (niente a che vedere con "The last tycoon", film sugli anni d'oro del cinema hollywoodiano poi diventato "Gli ultimi fuochi" nella versione nostrana).
Che dire a riguardo... si raccomanda prudenza, buttate dal balcone cose non troppo vistose (se siete stati a Napoli capirete perchè) e limitatevi ad accendere piccole delicate "fontanelle". Quando si tratta di botti scatta spesso e volentieri un malsano istinto di ostentazione, al pari di quell'ansia tutta maschile di rivendicare l'enormità dei propri attibuti. Freud ha mai affrontato l'argomento? Natura fallica dei fuochi d'artificio? Invidia del botto?
Tuttavia spezzerò una lancia a favore di quel film da cui trae ispirazione lo spot: mi ha fatto tanto ridere... La notte di S.Silvestro un afflitto partenopeo va a letto senza botti, e tra le lacrime tende l'orecchio per ascoltare la sinfonia che si propaga di fuori. Modelli, potenza e proprietari: il farmacista spara questo, il dirimpettaio quest'altro...
Per chi come me trascorrerà la notte a casa - con orgoglio e pigrizia - consiglio una maratona cinematografia dall'una in poi. E perchè no, anche con "32 dicembre" per farsi due risate.

sabato 22 dicembre 2007

Boccone indigesto n. 2

Ma perchè, dietro un pezzo griffato e presumibilmente autentico il grande stilista c'è? Lui, solo e soltanto lui? Lo scandalo dell'alta moda è sotto i nostri occhi, basti pensare agli innumerevoli laboratori napoletani che producono su commessa pezzi che valgono 20-30 euro, poi rivenduti a cifre spropositate. Paghe da fame e no contributi. E nei Paesi in cui la legislazione è meno dura in materia di lavoro minorile i bambini confezionano le stilose borsette griffate che in via Condotti costano più del mio stipendio.
Mai letto "Gomorra"?
Chi ha sovvenzionato la campagna, Dolce e Gabbana? Gucci? Prada? Valentino? E la chiamano sensibilizzazione...
Bella puntata di "Report" a riguardo.

mercoledì 5 dicembre 2007

Come un gallinaceo legato al paraurti di un'auto

Esco da lavoro come sempre più tardi del previsto. Ho le buste paga in borsa, devo lavorarci a casa per estrapolarne una serie di dati necessari all'elaborazione del bilancio di Divisione.
Già mi immagino come L., femminone dell'amministrazione che voleva fare l'art director e si ritrova a maneggiare cartacce, conti e resoconti. Fuma tanto, più o meno come me. Doveva essere una bella donna prima di incatenarsi a questo lavoro. Com'era la storia di Bartebly, lo scrivano che rinunciò a scrivere?
C'è un libro di Vila Matas che mi ha consigliato un tempo un amico... un amico che mi legge ma non osa lasciare traccia. Ebbene, io quel libro lo riapro in sere come queste, perchè faccio parte della compagnia di Bartebly. E dirò di più... sono come questo polletto gommoso scovato stasera su un'auto, all'uscita da lavoro.

domenica 2 dicembre 2007

"Mio cane sa volare", ovvero dalla PMJO ai post-it di P.le Flaminio

Ho dormito quattro ore scarse questa notte, come sempre negli ultimi tempi. Ma per fare una levataccia di domenica mattina (e per levataccia intendo le 8.30, che per me è praticamente l'alba in un giorno di riposo) ci voleva un concerto. Un po' di sano jazz all'Auditorium, i diciassette elementi del Parco della Musica Jazz Orchestra, come a dire: "E' tanto che non vado per club, ne faccio scorpacciata in una mattina sola".
Non sono donna da grandi eventi, questo ho capito. A me piace l'acustica pessima e umidiccia degli scantinati dove si fanno ancora jam session, le formazioni di tre-quattro elementi al massimo e la sigaretta libera quando le porte del locale si chiudono e chi c'è c'è, si fuma a volontà tanto nessuno ci controlla.
Il suono sporco dell'improvvisazione, il chiacchiericcio in sottofondo, chi tossisce e chi slinguazza il vicino. Il jazz è questo, o almeno lo era. Come il cinema. Bandito il silenzio, ben accetta la partecipazione, le nuvole di fumo occultano le facce dei musicisti e finita la serata ti fermi a parlarci... "In quante situazioni suoni... no, la parlesia io non la capisco, mica suono, avrei voluto ma mio padre non mi ha mai insegnato, che vuoi fare... dovevo fare la groupie, la jazz-groupie, mica male, ma magari è tardi... no, forse no, forse non lo è...".
Ho cercato di soffocare il brontolio del mio stomaco durante l'esibizione, per fortuna che nella Sala Sinopoli non ti si sente neanche se russi quando la band è in azione. Ho ripensato alla nottata trascorsa, ai miei intrecci con gli artisti, battuto il piede a tempo, guardato il bancone del tecnico del suono, osservato uno ad uno ogni musicista, contemplato le mani del pianista, le spatole del batterista e la potenza nei "bracci" del contrabbassista, ma non sono mai riuscita a chiudere gli occhi. Questo è grave. Mai chiuso gli occhi. Forse la mia predisposizione all'ascolto si sta sporcando delle stesse chiazze sanguigne che hanno invaso il mio approccio con gli uomini. Non chiudere mai gli occhi.
E non puoi farlo del resto, non all'Auditorium, con quella schiera di posti vuoti. Non ti riesce proprio sapendo di aver penato tanto per trovare un invito (offerto a tutti gli iscritti alla newsletter più rapidi nella prenotazione, ma i posti erano finiti già 5 ore dopo l'inoltro della comunicazione). Immaginavo di trovare una ressa - e ressa c'era all'ingresso, ma non per la PMJO, per altro, boh, non so.
Funziona dappertutto così. Pochi posti per i comuni mortali e l'80% alle personalità. Che puntualmente non vengono. Una marea di posti vuoti. Posti che sarebbero andati benissimo a una come me che rinuncia a dormire la domenica mattina per sentire un po' di musica a ggratìs. Giusto per la cronaca, ho avuto il biglietto da un'amica cui sono stati ceduti due inviti da una di queste personalità.
Ci vorrebbe un servizio booking di biglietti rimasti inutilizzati dalle personalità. Mi offrirei volontaria, senza pretendere neppure la commissione. Anzi, la penale la pagherebbe chi si mette in cima alla lista e poi dà forfait.

Perchè il cane allora? Perchè finito il concerto sono ripassata per Piazzale Flaminio, ho comprato le sigarette al Bar dell'Orologio e voltandomi sono stata risucchiata da una parete sommersa di bigliettini colorati. Ponte Milvio al chiuso, con i post-it invece dei lucchetti? Forse, di frasette d'amore banali ve n'erano in quantità. Tutto pare sia nato per ragioni di servizio: un tipo aveva bisogno di contattare un altro tipo e gli ha lasciato un biglietto. Poi è ricapitato: altra persona, stessa esigenza. Sino a quando qualcuno ha pensato che potesse trattarsi di una sorta di muro propiziatorio, parete dei desideri, luogo d'incontro della massa che vuol fare nicchia nella nicchia del muro della massa che passa per il Bar dell'Orologio. Fino a ritrovarsi sui giornali.
E allora tutta la mia stima va all'autore, che dico, autrice, vista la calligrafia, del sagace bigliettino in cima. Senza firma e senza pretese, o forse con la pretesa di giocare col prossimo postittaro orgolioso.
"Mio cane sa volare", dice la signorina del biglietto, e se l'abbia visto volare veramente (e grazie all'assunzione di cosa) poco ci importa. La signorina ha deciso di voler fare numero e poi dai numeri si è sottratta. Altro zero che fa capolino e che almeno, rendiamogliene merito, sa strappare un sorriso.
Mio cane sa volare... e mia paperella di gomma pure, avessi una vasca da bagno in cui stare a mollo.

sabato 1 dicembre 2007

Elucubrazioni avvincenti sui cartoni animati

In vino veritas e in Spagna bevono molto. Certo è che ieri il consesso di invitati alla festa del vicino ha appreso con sgomento che la versione spagnola di "Holly e Benji" ha la sigla del nostro Lupin. Ascoltate e stupite.
http://www.youtube.com/watch?v=hdBWuv0w2tQ
Per inciso... Mila e Shiro si chiamano Pedro y Clara e Heidi, almeno lei, nell'immaginario iberico è una tossicodipendente come da noi. Solo che In Italia vede le caprette fare ciao, mentre in Spagna guarda il cielo azzurro e si perde a contemplare nuvolette dense provocate da fonti non meglio specificate. Che poveri bimbi eravamo...

mercoledì 28 novembre 2007

Regalo di Natale anticipato

Oggi la mia azienda mi ha fatto un regalo. Un presente natalizio che giunge inaspettato un mese prima del dovuto. Cinquantadue etichette adesive da preparare per i pacchi dono da inviare a clienti e partner illustri (quelli del mio capo, per il momento).
La scelta è ardua. Si è dibattuto per un mese sull'opportunità di regalare babbi natale di cioccolato scadente o pennette USB da 512 Mb.
Alla fine si è ragionevolmente optato per oggetti top class, così suddivisi:
fascia altissima - libro d'arte;
fascia alta - orologio con logo aziendale stampato sul vetro (sul quadrante non c'è più tempo, la consegna è prevista per il 9 dicembre);
fascia altina - hub USB a forma di bocca prominente e siliconata (si straperanno i capelli per questo);
fascia presumibilmente alta ma in realtà media - porta biglietti da visita;
fascia pezzenti ma degni comunque di cenno - cartolina virtuale.
Dopo settimane di attacchi isterici collettivi il Presidente, i dirigenti tutti e il responsabile dell'area marketing hanno finalmente deliberato.
Ricchi premi e cotillion. Per noi poveri collaboratori neanche la tredicesima, ahimè. Se tutto va bene - e ce ne vorrà di culo - babbi natale di cioccolato scadente per tutti. Un Natale coi fiocchi. E la diarrea.

martedì 27 novembre 2007

L'ammutinamento dei lombrichi

"Io questo non lo firmo". Sedizione n.1.
Passaggio di consegna, lo farà un altro.
"Io questo non lo firmo". Sedizione n.2.
Così due lombrichi nella terra dei giganti rifiutano di farsi carico di importi favolosi, che al massimo riesci a vedere se partecipi a "Chi vuol essere milionario" e hai il culo di arrivare fino in fondo.
Non è una gran cosa in realtà. Ti tieni al riparo da eventuali beghe future ma non sei fuori dalla cacca.
Densa, scura, compatta, merdosissima cacca.
Forse fuggire si può prima che la barca affondi. Sommersa dalla cacca.

venerdì 23 novembre 2007

Quando una certa destra si copre le pudenda

Spero saranno in molti domani a scendere in piazza. E dico molti, non molte, perchè prendo le distanza da un certo femminismo incapace di condividere le proprie cause con chi, per natura, appartiene all'altra parte della barricata. Perchè non tollererei un corteo mono-genere.
Oggi sul Manifesto c'è un articolo illuminato di Tamar Pitch, che racconta con grande acume tutto quello che io, ieri, non ho saputo dire. Me misera. Ho il lessico scarso.
Un piccolo aneddoto: anche vicino casa campeggiava un manifesto come quello - indicibile - affisso da un gruppo pseudo-politico - altrettanto indicibile - che ieri mi ha guastato il pranzo. E' stato coperto. Da una composizione a sfondo rosa (tanto chic che pare propagandare altro) e il viso di una donna che appena si intravede. Porta la firma di AN. Per la giornata contro la violenza sulle donne. Devo forse dire grazie a loro se i miei occhi non sono più obbligati a inorridire? E' quasi comico... ringraziare AN e osservare che anche una certa destra si copre la pudenda.

giovedì 22 novembre 2007

Il boccone in gola

Stavo pranzando nella solita piazzetta dove fuggo quando è ora di pranzo. In compagnia, negli ultimi mesi. Oggi sola. Una pessima pizza rustica comprata all'alimentari là vicino, poi due sigarette aspirate tutto d'un fiato, lo sguardo che si solleva quasi su comando ed ecco che mi ritrovo l'ennesima immonda oscenità che campeggia in tutta Roma da qualche tempo.
Una scena di abuso è sempre un pugno nello stomaco per me, sia che si tratti di un film, un trailer, uno spot, la pagina di un giornale, il racconto di qualcuno, una notizia al tg. Devo chinare la testa, volgere gli occhi altrove senza che nessuno lo noti e ascoltare il meno possibile. Non rifiuto di conoscere, ho orrore dell'atto.
Ho orrore dell'uomo che col suo abuso ha ispirato quest'atto di propaganda xenofoba, ma ancor più di chi ha partorito questo manifesto. Perchè deve essersi impegnato per cercare un'immagine consona all'argomento. Quest'uomo
- perchè di uomo si tratta - non sa cosa significhi per una donna trovarsi davanti uno scempio del genere. Quest'uomo parla ad altri uomini e poco se ne frega se sono i primi a perpetrare abusi domestici, o farsi le seghe pensando alle ragazzine che escono da scuola, o adottare la forza quale solo strumento di piacere.
Quest'uomo vuole ignorare che esiste il reato di stalking e solo pochi giorni fa si è discusso il disegno di legge proposto dalla Commissione Giustizia della Camera. Quest'uomo vuole condannare e non sa farlo. Declama la barbarie di un gruppo facendo di ogni suo componente un barbaro. Quest'uomo, che per chissà quale malata deviazione ideologica ha fatto del disprezzo un credo, vuole giudicare senza essere giudicato. E da donna provo pena per quel che vedo. Quell'uomo parla ad altri uomini come lui e di noi, amiche, fanciulle, amanti, mogli e sconosciute, proprio se ne frega.

mercoledì 21 novembre 2007

Franco è morto, W Franco (morto)

Ieri sera Olga ha festeggiato, come da ventisei anni a questa parte, la morte di Franco. Ogni 20 di novembre - cascasse il mondo, ignorando anche mestruazioni, mal di testa, impegni di lavoro, rendez-vous, malumori e disgrazie - Olga prepara una cena per gli amici. Come suo nonno le ha insegnato. Ma si cominciava dal mattino, quando lui era ancora vivo. Niente scuola, colazione buona, festa e urla di giubilo: "Franco ha muerto!". Evviva Franco. Certo, poteva perire un po' prima.
Tutti i dittatori dovrebbero perire prima del tempo. Prima della morte a loro predestinata, prima di prendere il potere, prima di scegliere di non innamorarsi, prima di nascere - nell'utero ancora - prima di essere concepiti.
Retorica banale, la mia. Ancora più banale la giostra del caso. Una concomitanza di eventi che attende più del dovuto per verificarsi, sino a che il grottesco diventa ineluttabile. Franco malato, in ospedale sotto i ferri, e la luce va via.
Il film della serata (visto, rivisto e rimirato): "Il labirinto del fauno". A guardarlo se ne capisce il perchè.
P.S. Olga è galiziana. Mi porta sempre un licor cafè buonissimo. Mi ci ubriaco con quello. E penso: "Perchè sono ancora qui...". Il vino di mio nonno non mi faceva questo effetto.

domenica 18 novembre 2007

Com'è profondo il mare, venti e più volte




Triste presagio della giornata da trascorrere, l'i-Pod che flippa.
Non legge le tracce: le scorre in rapida successione eccetto la prima del dì quella che scegli a casaccio prima di salire in metro, perchè il treno è arrivato all'improvviso, la folla preme e tu hai bisogno di musica, di qualunque musica pur di non farti mancare l'aria nel contatto fisico ravvicinato - bocche contro bocche, aliti del mattino, borse schiacciate sul seno e panze floride. Una musica a caso, tanto proprio schifo non ti fa
rà, non l'hai messa a caso sull'i-Pod.
E io ho cominciato la giornata con "Com'è profondo il mare"... Una, due, tre, quattro, cinque... Quanto dura? Sei minuti e trenta? Con metro + a utobus impiego cinquanta minuti per arrivare a lavoro, dunque... no, sono andata alla Posta pure, a spedire una cazzo di raccomandata per l'ufficio, mai spenti l'i-Pod, quindici minuti tra fila e operazione, cinque di attesa autobus, ergo 50+15+5=70, che diviso 6.30 fa più o meno
undici volte lo stesso pezzo. Ho atteso parecchio l'autobus al ritorno. Raddoppiamo il tutto. E siamo a ventidue. No, sullo zero non ci siamo proprio oggi.
E' chiaro che il pensiero dà fastidio anche se chi pensa è muto come un pesce, anzi è un pesce e come i pesci è difficile da bloccare... e lo protegge il mare, com'è profondo il mare. Certo, chi comanda non è disposto a fare distinzioni poetiche, il pensiero come l'oceano non lo puoi bloccare, non lo puoi recintare... così stanno bruciando il mare, così stanno uccidendo il mare, così stanno umiliando il mare, così stanno spiegando il mare...

venerdì 9 novembre 2007

Amici miei - Atto I

Marta butta il sangue in un call center. Piazza assicurazioni. Entra tutti i giorni controvoglia nelle case della gente, li circuisce malvolentieri e cerca di convincerli del radicale miglioramento della qualità della vita dovuto all'acquisto di una carta servizi. E' la prima a sostenerne l'inutilità. E' pagata per asserire il contrario. Nel frattempo scrive e dichiara di voler fare il soldato semplice. Le ho rubato quella che poi è diventata la mia massima esistenziale.
Gloria ha abbandonato il mare di Sardegna. Vive in un appartamentino con vista su un palazzone in cemento armato e si chiede di quale malattia si sia ammalata. Quella di tutti, le rispondo. Non è lei inadatta alla vita, è la vita inadatta a noi. Mi insegna la semplicità del desiderare cose semplici.
Elena si modella giorno dopo giorno rispetto alle esigenze di un mercato in continua evoluzione. Elena lavora in un ambiente high profile, up-to-date e very very greed. Dice che smetterà, ma non lo fa. Vuole essere altro, io lo sento, ma è quello che qualcun altro vuole.
Alfonso è un mancato tutto. Un musicista mancato, uno scrittore mancato, un artista - nel senso più ampio del termine - mancato. E' un futuro giurista che fa dei suoi hobby una forma di ribellione, è il rivoluzionario dei punti Feltrinelli, uomo dalle mille qualità che si guarda bene dall'elevarle a mestiere. E' Hervè Joncour che guarda l'ispiegabile spettacolo, lieve, che è la sua vita. Quando troverà il coraggio di scegliere, tra due giorni, cinque o vent'anni, sarà ancora giovane. Giovane e lieve, come la sua vita.

sabato 27 ottobre 2007

And for a bunch of grapes he gave up all the gold in the world

... E per un grappolo d'uva rinunciò a tutto l'oro del mondo.
Questo saltò a miei occhi, sfogliando il libro d'inglese utilizzato per impartire lezioni al boss. Un caso. Macchè. Un segno.
Leggi e traduci, boss. Tu che mi rimproveri di non essere leader, di non volerlo essere, di sottovalutare l'entità di un progetto da 4 milioni di euro, tu, mio boss, leggi e traduci.
Tu che come tutti gli altri in quest'azienda hai una vita familiare scombinata. Tu che non trovi il tempo per comprarti un paio di pantaloni. Tu che vuoi fare di me la futura manager di una qualche business unit di 'sta minchia...
Leggi e traduci, boss.
Perchè io per molto meno, forse per un acino soltanto, rinuncio a tutto l'oro del mondo.